Dall’articolo apparso sul quotidiano online MessinaToday, il 25 ottobre 2026.
A Castanea delle Furie, tra le maioliche antiche custodite nel museo del villaggio e la memoria della tradizione farmaceutica siciliana, prende forma un racconto che intreccia storia, scienza e mistero. Antonino Mangano immagina una vicenda ambientata nell’Ottocento, quando i vecchi albarelli in ceramica, decorati come piccole opere d’arte, cominciavano a lasciare il posto ai recipienti in vetro, più adatti a conservare i medicinali. Un passaggio che diventa il cuore di una storia di scoperta, memoria e cambiamento.
“Il racconto ruota intorno all’importanza della memoria degli strumenti che venivano utilizzati in farmacologia: gli albarelli, oggi conservati nel Museo etnoantropologico di Castanea delle Furie, motivo per cui ho deciso di ambientare il racconto proprio in questo villaggio collinare di Messina”, spiega Antonino Mangano che ha scritto il racconto per la Chiamata alle Arti (leggi qui per approfondire).
“Gli albarelli, che erano stati esposti in maniera temporanea nel Museo Regionale di Messina qualche anno fa, sono la testimonianza dell’appassionante percorso che ha seguito la scienza farmaceutica in Sicilia, e quindi anche a Messina” dice Giusy Guglielmo, la ceramista che ha dato vita, per l’occasione, a una riproduzione degli albarelli. “Queste produzioni siciliane sono il frutto di lavorazioni raffinate, che hanno osservato una evoluzione nell’arte della loro decorazione, passando da motivi relativamente più semplici durante il XVI secolo, fino ad arrivare al XVIII secolo, durante il quale i fianchi di questi contenitori venivano arricchiti da rappresentazioni di vedute, volti maschili o ritratti di fanciulle dai tratti fini. Alla fine dell’Ottocento la produzione di recipienti in vetro subentrerà in vari settori, anche in quello farmaceutico, contribuendo a una migliore conservazione degli ingredienti e dei medicamenti, come quelli più moderni a base alcolica, che rischiavano di evaporare, avariarsi e perdere di efficacia a causa delle reazioni chimiche con la ceramica o per l’assenza di chiusure ermetiche degli albarelli per preservarne l’integrità del contenuto. Nonostante i progressi della scienza, che molto spesso reputiamo scontati, è utile ricordare i lodevoli passi che sono stati compiuti nel corso dei secoli, per comprendere da dove tutto sia partito e ammirare gli sviluppi che l’ingegno dell’essere umano ha impresso nella ricerca di soluzioni per migliorare la cura della salute, del benessere e della vita umana”
“Questa storia e questi miglioramenti passano anche attraverso Messina, il suo territorio e la nostra memoria”, concludono i due autori.
suo territorio e la nostra memoria”, concludono i due autori. Ecco il racconto:
VITA E MEMORIA
di Antonino Mangano
Il 24 giugno 1896 gli ultimi raggi del Sole baciavano le pendici della collina su cui Castanea si ergeva nella sua festosa, ma sempre raccolta, compostezza.
Le lenzuola lavate al mattino e lasciate stese ai balconi delle case sapevano di pulito, sventolavano alla brezza leggera come fossero stendardi in onore di San Giovanni Battista, il patrono.
Le luci soffuse del tardo pomeriggio venivano contrastate dalle fiamme delle lanterne pubbliche che illuminavano le strade strette.
Quel giorno si poteva fare un’eccezione all’oculatezza del risparmio.
«Evviva San Giovanni!», le prime grida dei tiratori della processione in onore del santo arrivavano a quell’estremità del paese, accendendo di devota impazienza gli astanti.
«Se stai buono ti compro la calia dopo che passa il santo».
«C’è pure il fratello dello Sciancato a portare la varetta».
«Hai saputo dell’incidente di Testa chi Frisca?»
«Nomen omen, cara mia, nomen omen!», qualcuno motteggiò in risposta.
«Cu nasci tunnu non pò moriri pisci spada», rincarò un vicino dal repertorio più vernacolare.
L’esperienza della processione era una babele di espressioni di fede.
C’erano coloro che si abbandonavano con trasporto fideistico alla preghiera, chi invece seguiva la processione per rispetto dovuto e con il timore di mancare all’appuntamento con un momento di contrizione e ammenda dei peccati quotidiani, i meno gravi, ma non meno insidiosi per la salute dell’anima.
E poi c’era chi, non potendosi purtroppo sottrarre alle feste comandate a beneficio dell’opinione pubblica, cercava di trarre il massimo vantaggio dall’obbligo imposto: si dava sfogo a chiacchiere, malevolenze o succose curiosità sui membri della comunità.
Gli strali del pettegolezzo erano implacabili: non risparmiavano nessuno.
Il brulicare delle voci si spense, sovrastato dal salmodiare cadenzato delle preghiere. Altre ovazioni al Santo provenivano sporadicamente dal gruppo di tiratori della vara.
Quando le litanie terminavano, il silenzio veniva squarciato dalla banda musicale, per dare lustro alla manifestazione di fede.
Don Ferdinando Pulitano, farmacista ormai prossimo al suo ritiro dalla professione, apparve sull’uscio del laboratorio, sulla strada principale per cui passava la fiumana di devoti.
Al suo fianco arrivò Antonino Caliò, Ninni, suo giovane apprendista.
Il fattaccio avvenne nel giro di pochi secondi.
All’inizio, nella concitazione della ressa Pulitano non aveva capito cosa stesse accadendo.
«Cerusico! Medico! Dottore! Luminare della scienza! Aiuto!», don Carmelo Crinò lanciò l’allarme con il suo solito tono pomposo.
«Me’ maritu! Me’ maritu! Sta murennu!», urlava la signora Irrera.
Agostino Irrera, campiere dei poderi di don Crinò, annaspava, genuflesso a terra, massaggiandosi in modo frenetico il braccio sinistro e stringendo il petto sullo stesso lato.
Don Ferdinando corse nel suo laboratorio.
Albarelli e recipienti di varie forme e dimensioni facevano bella mostra di sé sugli scaffali ben spolverati.
Sullo sfondo di ogni recipiente si intrecciavano fantasie dall’intensità barocca, come se il ceramista aborrisse l’assenza di colore e di motivi sui fianchi di quei contenitori.
Anche nel pragmatismo del lavoro galenico Ferdinando ritrovava la bellezza.
Quegli oggetti gli ricordavano che farmacia e ceramica potevano creare una relazione alchemica: l’attenzione per la salute si accompagnava al piacere dello sguardo di chi sapeva apprezzare quella maestria.
Erano entrambe arti al servizio della vita e del suo benessere.
Mentre si dirigeva verso l’albarello che gli serviva, Ferdinando accarezzava con lo sguardo le decorazioni a smalto blu delle maioliche del Settecento, con decori a girali e a merletto. Era fiero degli albarelli del XVI secolo, alla veneta, il cui sfondo blu cobalto si arricchiva di fantasie a largo fogliame, verde ramina e giallo, con margherite bianche contornate di bruno manganese.
Ferdinando prese un albarello alla veneziana del XVIII secolo, decorato con un medaglione in cui era raffigurata una veduta, contornato da fiori gialli, foglie frastagliate in verde e dai toni sfumati, come acquerellati.
«Arrivo don Irrera!», il farmacista stappò l’albarello, per somministrare due gocce di trinitrina e liberare il paziente dall’oppressione al petto, prima di intervenire con successivi rimedi.
Agostino Irrera perdeva i sensi.
«Cosa…?», Ferdinando parlò a se stesso, basito nel vedere nel recipiente una miscela dal colore che non riconosceva, e in quantità minore rispetto a quella comprata mesi prima. Non sembrava trinitrina. Avrebbe avvelenato Irrera, usando quel rimedio?
«Perdio, faccia qualcosa!», incalzò don Crinò.
Ninni sbloccò la situazione, comparendo all’improvviso ed estraendo una fialetta di vetro scuro da sotto il gilet. Versò due gocce del contenuto sotto la lingua di Agostino che rinvenne pochi momenti dopo, respirando famelico l’aria.
L’intera comunità celebrò Ninni, che lasciò presto la folla ai suoi festeggiamenti.
Il giovane raggiunse don Ferdinando, appoggiato solingo a una ringhiera con panorama sul mare.
«Forse sono vecchio e sprovveduto. I miei albarelli sono come me. Sono superati, non sono adatti a questi nuovi medicamenti», proferì Ferdinando, percependo l’arrivo dell’allievo.
«Il composto si è avariato. Sarà stata una reazione con la ceramica. Ma tutto è finito per il meglio, anche grazie a qualche boccetta che ho acquistato a Messina, per provare questi nuovi metodi di conservazione! Come Voi mi avete insegnato, maestro, dobbiamo essere lieti dei risultati positivi che conseguiamo».
«I miei albarelli hanno servito questa comunità per generazioni. Un’era si è conclusa. Arriva l’epoca del vetro, piatto, troppo essenziale, come se la farmacia abdicasse alla bellezza».
«Ma conserveremo meglio i farmaci, saremo più efficaci per la salute dei nostri compaesani», puntualizzò Ninni, pur leggendo la malinconia che disegnava rughe profonde sul volto del farmacista.
«Il futuro richiede sacrifici, ma non per questo si disprezzerà ciò che ci ha portati fino a qui. Nuove conoscenze soppianteranno le nostre consapevolezze, ma non ci sarà biasimo per ciò che siamo riusciti a fare, con ciò che siamo riusciti a scoprire», l’apprendista si strinse con affetto al maestro.
In quell’abbraccio, in cui l’esperienza e l’ardire della scoperta si riconoscevano, si capivano, Ninni e Ferdinando ammiravano le luci soffuse dei vespri, consapevoli di avere salvato una vita, di conservare la memoria, anche delle maioliche, e di avere inaugurato una nuova epoca, insieme.
«Grazie, Ninni».
«Grazie, don Ferdinando».
Il link al racconto apparso su MessinaToday si trova qui.